“Ci sono festival che fanno cose egregie con budget ridicoli di 100-150.000 euro”. Poco elegante parlare di soldi (ancora meno metterli al primo posto), vero, ma tra virgolette ci sono le parole di Guido Guerzoni – docente ricercatore alla Bocconi nonché punto di riferimento negli studi sull’impatto economico e sociale dei festival culturali sul territorio – e sentirlo parlare domenica 22 maggio al Salone Internazionale del Libro di Torino è stato illuminante. Perché lo sanno bene gli organizzatori di festival: la fattibilità economica di un progetto non è un dettaglio; l’effetto moltiplicatore del denaro investito (pubblico ma anche privato) è una variabile da conoscere in tutta la sua potenza, sebbene abbia bisogno di tempo per esprimersi, almeno otto o dieci anni. Molto spesso la politica non ha pazienza; oppure la perde chi magari aveva un sogno.

“Bisogna dimenticare frasi come ‘A ogni euro investito in festival ne corrispondono dieci di guadagno’” (la pragmaticità e la chiarezza di Guerzoni sono la sua arma più efficace), perché oggi non è più così, o perlomeno non sempre: di pari passo al proliferare di festival agisce la selezione naturale. I criteri? La capacità di tessere un dialogo con la popolazione, funzionano i festival che hanno alla base la partecipazione dei residenti. Resistono quei festival, potremmo parafrasare, che hanno la stessa anima del territorio in cui germogliano, ne esprimono un’urgenza, raccolgono la sua voce e la amplificano. La coerenza interna di un festival è altrettanto rilevante per la sua durata; come per un messaggio, arriva al destinatario se si ha ben chiaro in testa cosa si vuole dire e lo si espone senza fare giri immensi o friggendo aria condita ben benino. Allora perché è un vantaggio (concreto) sostenere il festival culturale o letterario della propria città, sia per gli imprenditori sia per le amministrazioni? La comunicazione c’entra non poco: è molto più efficace presentare il proprio comune attraverso iniziative (culturali) di successo (che rispettino criteri di coerenza, legame col territorio di cui abbiamo detto) che affidarsi a canali generalisti (magari pure con grandi campagne); se ne sta occupando uno studio recentissimo a livello internazionale.

E proprio allargando la riflessione al mondo, una nota statistica (che differenzia il nostro paese, in negativo): i festival italiani purtroppo sono animati principalmente da vecchi e da uomini. È molto alta l’età media dei relatori (“e poi sembra una compagnia di giro…”) e i giovani solitamente non partecipano nemmeno come pubblico – li considerano noiosi, non sono tenuti in considerazione. Se il quadro è questo hanno pure ragione. “I festival culturali sono un prodotto editoriale, e come tali vanno trattati”, richiedono lavoro, tempo, studio, cura, competenza, lentezza di progettazione e freschezza… E l’uno non vale l’altro.

Guido Guerzoni, nella penultima giornata del Salone, diceva tutto questo seduto al tavolo di una casa, quella allestita (ideata e realizzata) da Gianmario Pilo e Marco Cassini, ovvero lo spazio dedicato al festival al quadrato, il festival dei festival culturali italiani: il Superfestival. Urbino e le Città del Libro ne è stato partner, portando un pezzetto di sé e un’anticipazione della prossima edizione grazie al reading calibrato alla perfezione di Sonia Bergamasco (dicitrice sensibile e raffinata), che ha letto Il Posto di Annie Ernaux (L’orma Edizioni-Emons libri&audiolibri), commovendo una Sala 500 gremita. Sonia Bergamasco, nella prima serata a teatro di Urbino e le Città del Libro, leggerà da Memoria di ragazza, sempre di Annie Ernaux (L’orma Edizioni).

C’era una scritta, sul telo dello stand del Superfestival. È un’affermazione, non una domanda: “C’è vita nello spazio culturale”. Sì, anche in Italia, anche a Urbino!

 

C’è vita nello spazio culturale – #Superfestival